Reportage

Bikepacker di prossimità

Basta partire, l’avventura è ovunque e sta a noi cercarla. Non c’è bisogno di volare dall’altra parte del pianeta per vivere un’avventura, grande o micro che sia.

testo e foto di Eric Scaggiante

17/03/2019
5 min

PRIMO GIORNO

Mi sveglio, faccio colazione, sistemo le ultime cose e anche se fuori fa fresco e c’è la nebbia indosso i pantaloncini corti e parto da casa da Fornase city ⁽¹⁾.
Dopo due ore e mezza di noia padana finalmente sono ai piedi del primo sentiero. Come previsto sono circa 8 km e 1000 metri di dislivello dove non c’è altro da fare che spingere, di gambe e braccia, la bici lungo il ripido e tortuoso track da enduro. In cima finalmente monto in sella e pedalo un po’ su sterrato e un po’ su asfalto fino ad entrare nel bosco attraverso una strada forestale. Il fondo, sdruccioloso e pietroso, non è un problema per la mia Exploro. I pneumatici Ikon da 27.5 per 2.2, gonfiati a 1.5 bar, vanno che è una meraviglia. Il sentiero da sterrato diventa innevato appena mi sposto sul versante nord, ma anche su ghiaccio e neve per ora si riesce ad andare avanti.

Sentieri innevati

Dopo la prima strada forestale vado a prenderne una seconda che mi porta a toccare quota 1500 m. Qui mi imbatto nella prima insidia che sarà una costante dei chilometri successivi: la neve. Una neve brutta, ghiacciata e cedevole, tanto che quando ti pianti e molli la bici, rimane ferma come una statua, perfetta per essere fotografata.
Comincio la mia bianca avventura, scendo per una piccola gola, riesco a stare in sella con un piede sganciato ma poco dopo la consistenza della neve cambia e sono costretto a spingere. Affondo nella neve fino a metà stinco ma non soffro il freddo ai piedi. Le scarpe Giro Empire in pelle, prive di imbottiture, mi lasciano una perfetta circolazione del sangue, fondamentale contro il freddo e sono sufficientemente impermeabili.
Di tanto in tanto trovo le tracce lasciate dal battistrada di qualche veicolo fuoristrada, lungo di esse non c’è neve ma il fondo è ghiacciato, così aggancio un piede ad un pedale e senza sedermi in sella uso l’altro piede come “freno-spazzaneve”, piantandolo nella neve al lato del solco ghiacciato. In base alle curve, a destra o sinistra, scancio un piede per agganciare l’altro. Pinzare, soprattutto il freno anteriore, è fuori discussione. Il tutto mi diverte, ma puntualmente devo ritornare a spingere.

Le vittime della tempesta

La strada forestale cambia versante, la neve non c’è più e ritorno a pedalare, ma dopo un paio di chilometri trovo le vittime della tempesta dello scorso anno. Da qui in avanti devo superare ventotto abeti caduti di traverso sulla strada. Alcuni riesco a scavalcarli facilmente, passo attraverso i rami o li aggiro a monte della strada. Man mano che procedo la devastazione aumenta. Mi fermo a guardare il mio ostacolo, questa volta è più insidioso, sono due abeti aggrovigliati e folti, così decido di lanciare il mio destriero sopra le chiome. Faccio attenzione a non danneggiare nulla della bici e dell’equipaggiamento, poi mi arrampico sopra le chiome in cerca di un buon appoggio sui solidi rami seppur flessibili, quindi sollevo la bici e la calo dall’altra parte. A questo punto la faccenda si fa ancora più interessante. Sembra un videogioco arcade, uno di quelli che più vai avanti più ti devi sbizzarrire per arrivare al livello successivo. Sotto intravedo un varco e provo a tagliare un paio di rami, alla mia sinistra, a valle, ho uno strapiombo con un fitta vegetazione e altre devastazioni della tempesta, a monte ho una parete di terra e roccia inclinata a 50°.

Sono le 15 e vista la situazione è meglio fermarsi per uno spuntino. Tiro fuori il vasetto del miele di fiori, granuloso e giallo come il grasso e ne mangio qualche cucchiaiata, mangio una banana e bevo un po’ d’acqua. Intanto mi giunge qualche folata di vento che si porta dietro le nuvole. Finito il breve pasto ritorno al mio rompicapo. Tornare indietro è fuori discussione, una via d’uscita c’è sicuramente. Allora lascio sul sentiero lo zaino, così da essere più agile, prendo la bici carica di tutte le borse e comincio ad inerpicarmi su per il ripido versante, cercando delle rocce stabili dove puntare i piedi mentre con le braccia tese sostengo la bici. Alcuni esili alberelli mi permettono di incastrare la bici con la piega su di loro, quindi faccio piccoli passi in cerca di un appoggio stabile e spingo la bici più su. Dopo dieci metri verticali la pendenza si fa più lieve, deposito la bici a ridosso di un abete bello grosso e ritorno giù da dove sono salito, riprendo lo zaino e risalgo.

Percorro diversi metri nel bosco per poi tornare sul sentiero che si rifà nevoso e sempre interrotto da grosse conifere. Penso a quanto la natura possa essere forte per far crescere quei tronchi più solidi del cemento e poi buttarli giù come stuzzicadenti. Tra neve e ghiaccio ricomincio la mia “sciata”, per poi tornare a sprofondare in salita. In quel momento comincia a cadere una pioggia ghiacciata, indosso il mio Patagonia giallo banana e continuo. Finalmente mi godo qualche chilometro in sella, la bici va alla grande e anche le mie gambe stanno bene, sono sorpreso da come mi trovo bene su ogni fondo. All’improvviso, a pochi metri da me, un grosso cervo salta giù da una roccia di due metri d’altezza e piomba nel dirupo. E’ decisamente casa sua.

Mi imbatto nella prima insidia: la neve. Una neve brutta, ghiacciata e cedevole

La notte in tenda

Scendo fino alla strada che porta ad Asiago che mi separa dalla salita che si inerpica fino al Piazzale Principe del Piemonte. Mentre salgo il clima si fa più insidioso, vento e ghiaccio misto ad acqua diventano, pedalata dopo pedalata, più intesi e così quando arrivo in cima alla salita, davanti ad un piccolo eremo attorniato da un prato, decido di piantare la tenda. Sono le 18 e 45, subito fisso tutto con i picchetti, il vento soffia forte, metto in forma gli archetti, li aggancio al primo telo e poi al telo esterno. La casa ora c’è, adesso va arredata. Sgancio dalle butterfly la borsa impermeabile con sacco a pelo e tutte le cose che non si devono bagnare, prendo dalla borsa posteriore, dove invece ho messo tutte le cose non temono l’acqua, come la tenda e il materassino. Mi fiondo fradicio nella tenda, gonfio il materassino e comincio a spogliarmi e a mettermi addosso indumenti asciutti. Con mosse da contorsionista esperto, apro il sacco a pelo e mi ci fiondo dentro. Nella tenda, a sinistra si sono io, a destra in fondo le cose asciutte precedute da quelle fradice. Con l’acqua, l’erba e i rami di abete che mi sono portato dentro, ho pure un piccolo giardino con laghetto. Avverto la mia famiglia che sono ancora vivo e mi preparo la cena: una barretta enervit al cioccolato, del miele. Vado a dormire. Tempesta fino a mezzanotte circa. Durante la notte avverto i passi di qualche animale, sento l’erba brucata e masticata, forse è il cervo del pomeriggio o forse qualche altra bestia.

SECONDO GIORNO

Sono le 7, ho dormito bene, fuori è tutto ghiacciato, metto fuori le scarpe. Dopo un’ora esco dalla mia tana e indosso i pantaloni impermeabili che tengono caldo, le scarpe sono croccanti dal ghiaccio così le calzo senza calzini e vado ad appendere su dei rami alcune delle cose ancora umide. Mi metto il mio caro Patagonia giallo e comincio a riordinare i materiali. La tenda è coperta da un velo di ghiaccio e i lacci delle scarpe sono come spaghetti sagomabili a proprio piacimento. Sistemo tutto e riesco a rivestirmi con i vestiti del giorno prima, compresa la canottiera in lana merino che avevo sotto il jersey. La pioggia della nottata ha ricoperto tutti i sentieri di una lastra trasparente ed uniforme di ghiaccio scivolosissimo, così decido di scendere a valle per un altro sentiero. Resto meravigliato di come riesco a condurre in discesa la mia bici Exploro, nonostante le asperità e i chili in più. Le ruote 27.5 ancora una volta si rivelano davvero l’arma migliore per assorbimento delle asperità e sicurezza anche con tutte le borse annesse. A valle decido di godermi un po’ di sole in pianura. Ad un passo sostenuto, poco meno di 30 km/h, trascorro 6 ore in sella tra bitume e sterrati pedalando fluidamente nonostante i grossi copertoni. Ritorno a Spinea, continuo fino a Portegrandi per poi fare dietro front e rincasare felice. Un buon bilancio tecnico e fisico, ma soprattutto una grande avventura.

Materiale

Questa volta ho voluto pormi una sfida particolare: trascorrere due giorni senza comprare cibo e rabbocco d’acqua. E ci sono riuscito alla perfezione. Ho portato come me: 5 barrette enervit, 3 di un tipo e 2 di un altro, con un buon dosaggio di nutrienti fondamentali per il recupero; 250 gr di miele; 2 banane.

In aggiunta alle ormai testate e fidate borse Miss Grape e alle Butterfly di Vap Cycling, questa volta ho introdotto uno zainetto in cui avevo: una sacca idrica da 3 litri che si aggiungevano ai 75 cl della borraccia, più le cose da mangiare, oltre che olio lattice e qualche attrezzo per le peggiori evenienze. Lo zaino nonostante il peso di circa 5 kg sulle spalle è stato molto confortevole oltre che utile (USWE, no dancing monkey, zainetto da enduro con chiusura a X sul petto).

La tenda Camp Minima 1 SL si è rivelata ottima, leggera compatta, efficiente e non troppo onerosa. Altrettanto vale per il sacco a pelo Camp ED 400 Plus, anche se una valida alternativa potrebbe essere qualcosa di Sea To Summit (Spark Sp) per guadagnare in compattezza. Il materassino Sea To Summit Confort Light Sleeping Mat lo ho apprezzato per peso e compattezza, buon confort, ma sto aspettando che mi arrivi il Sea To Summit Ultralight Insulated, più efficiente per isolamento termico e peso.

Per quanto riguarda le scarpe, le Giro Empire VR90, si sono rivelate davvero grandiose. Rigide e comode, con un buon grip nei ripidi portage. La scarsa imbottitura e l’ottima pelle fanno si che la scarpa non si inzuppi e lasci fuori i detriti.
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⁽¹⁾ Fornase è un quartiere del comune di Spinea in provincia di Venezia.

Il clima si fa più severo, vento e ghiaccio misto ad acqua diventano, pedalata dopo pedalata, più intesi
Eric Scaggiante

Eric Scaggiante

“Così giovane” è la frase che mi sento ripetere da quando è cominciata la mia dipendenza dalla bicicletta. Ho cominciato a gironzolare da solo quando avevo appena nove o dieci anni, alla scoperta dei territori del mio comune e poi di quelli limitrofi, in sella al mio “destriero”. Ho voluto spingermi sempre più in là, in cerca di ciò che pochi vedono e vivere ciò che pochi cercano. Mi piace perdermi tra le montagne con ogni tipo di clima, pedalando spesso da solo, ma senza disdegnare la compagnia di impavidi e randagi. Più pedalo e più mi pare che il mondo si faccia sempre più a portata di gambe. E’ una sensazione di assoluta libertà, andare dove si vuole arrivare. I luoghi da visitare sono ancora tanti, perciò non mi resta che pedalare.


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