Intervista

L’alpinismo di Luisa Iovane, ieri e oggi

I ricordi di Luisa ci trasportano in un periodo molto recente,
eppure quasi fiabesco. Esiste ancora un alpinismo che è stile di vita?

testo di Michela Canova, foto archivio di Luisa Iovane

31/03/2018
12 min

Fra le interviste più amate di altitudini – lo confermano le migliaia di visualizzazioni – c’è sicuramente quella di Luisa Iovane, realizzata da Michela Canova nel marzo del 2013. Abbiamo quindi pensato di ripubblicarla nel nuovo sito di altitudini (esattamente dopo cinque anni) e di ritornare da Luisa per scambiare con lei alcune impressioni, in particolare sul binomio donna-montagna e su come le donne amano la montagna, la camminano e la scalano.

31 marzo 2018
Intervista a Luisa Iovane (redazione di altitudini)


Ciao Luisa, rileggendo la tua intervista di cinque anni fa è cambiato qualcosa nella tua vita?
Cinque anni passano in un lampo, apparentemente senza grandi cambiamenti, amo sempre le stesse cose, la montagna, l’arrampicata, l’allenamento. Quello che è cambiato sono le aspettative e il tempo dedicato alle varie attività. Leggo sui miei vecchi diari di Vinatzer in Marmolada o Carlesso alla Trieste incastrate tra due giorni di classico allenamento di trazioni e pesi. Adesso ho meno voglia di far fatica tutto il giorno per le grandi vie in montagna, già da giovani non amavamo le alzatacce e i lunghi approcci. L’arrampicata in falesia ha la priorità sul resto, e per continuare a goderla sono diventate di vitale importanza la qualità e regolarità dell’allenamento, anche per ridurre, almeno in teoria, i problemi fisici. Sembra assurdo, ma di solito mi alzo presto per fare allenamento prima di partire per la falesia, così poi posso godere il resto della giornata rilassata in natura senza sentirmi in colpa…

In colpa per cosa?
Per non aver fatto allenamento prima naturalmente! In falesia c’è sempre la possibilità che l’arrampicata non funzioni al meglio, spesso per la temperatura, visto che ho sempre le mani fredde, oppure le vie non sono come ce le aspettavamo, o c’è troppa gente e non c’è tempo di spostarsi da un’altra parte.

E le giornate come le trascorri?
Sicuramente non cucinando o facendo le pulizie… Dopo quest’inverno potrei rispondere: spalando neve, facendo fuoco e curando i gatti! Per fortuna normalmente si riesce sempre ad arrampicare da qualche parte, camminare, esplorare nuove pareti.

Lo scorso ottobre l’austriaca Angela Eiter è stata la prima donna a salire una via d’arrampicata sportiva gradata 9b (il primato maschile è di Adam Ondra con una via di 9c). Cos’hai pensato?
Mi ha fatto molto piacere che Angela, che ha cominciato da bambina a fare allenamento per le competizioni, dopo tutti questi anni sia rimasta ancora così motivata per l’alta difficoltà. Dimostra che l’arrampicata è veramente uno sport particolare, diverso dagli altri, che continua ad appassionarti anche terminato il periodo agonistico. Mi entusiasma meno questa dominante mentalità di limitare sempre tutto ai gradi. La valutazione delle vie naturali è legata a fattori morfologici variabili e non ha molto senso inventarsi una gara tra generi maschile e femminile. Per me le vere competizioni esistono solo sulle pareti artificiali, in presenza di giudici e regole uguali per tutti. Tutti gli altri tipi di “primati” sono sempre stati piuttosto nebulosi e avremmo dovuto celebrare la “via più difficile del mondo” (per uomo e per donna) anche 30, 20, 10 anni fa, con il continuo progredire delle difficoltà.

Allora non c’è bisogno di fare distinzione tra una salita maschile ed una salita femminile?
Non c’è bisogno di fare distinzioni, ogni via è unica nel suo genere, e ogni arrampicatore (maschio o femmina), la troverà più o meno congeniale a seconda delle sue caratteristiche fisiche e, perché no, psichiche.

E nel rapporto, o dialogo, che si instaura fra donna e montagna e uomo e montagna, secondo te non ci sono differenze?
Tutti gli individui (donne o uomini) sono diversi tra loro, e quindi non avranno mai lo stesso rapporto con la montagna, indipendentemente dal genere. Solo l’istinto di sopravvivenza potrebbe essere più forte nel mondo femminile, almeno guardando il numero di solitarie veramente pericolose.

Cioè vuoi dire che le donne evitano di spingere il rischio al limite come invece fanno gli uomini?
Almeno finora la maggior parte delle solitarie femminili sono state fatte con auto assicurazione, io stessa sulla Via Irma al Ciavazes ho usato rudimentali prusik, che sicuramente in caso di volo non avrebbero tenuto, ma psicologicamente facevano la differenza. Solitarie senza corda, consapevolmente al limite delle proprie capacità, sono rarissime, semplicemente perché la donna in genere si chiede prima, più razionalmente, se vale la pena di rischiare la vita per qualunque cosa.

Oggi si parla molto di “violenza sulle donne”, nella tua attività sportiva hai mai subito forme di violenza? Anche verbale, culturale, psicologica…
Personalmente non ho mai sperimentato niente del genere, al contrario il fatto di essere donna mi ha solo portato vantaggi, nel trovare compagni di cordata, e altri privilegi, come il ridotto peso dello zaino.

In passato le donne sono state fondamentali nel contribuire all’economia di montagna promuovendo lo sviluppo della famiglia e della comunità. Oggi come vedi il ruolo della donna nella vita della montagna?
In questi tempi, nella società in generale e nella vita della montagna, non vedo più ruoli particolari legati al genere, ma solo dipendenti dalle inclinazioni e caratteristiche individuali.

E per finire Luisa la domanda con cui Michela Canova chiudeva la tua intervista: “Esiste ancora un alpinismo che è stile di vita?”
Credo che esista ancora! Però non posso saperlo con certezza perché chi considera l’alpinismo come stile di vita non ci tiene a comparire su riviste, Facebook o Twitter, e preferisce comunicare solo con i suoi simili!

Amo sempre le stesse cose, la montagna, l’arrampicata, l’allenamento.
Quello che è cambiato sono le aspettative.
Luisa e Giancarlo Milan, 1977

30 marzo 2013
Intervista a Luisa Iovane (di Michela Canova*)


Spesso sprechiamo i superlativi attribuendoli con facilità, invece definire Luisa Iovane una fortissima alpinista è ancora riduttivo. Parlare con lei della sua vita è attraversare il periodo di trasformazione dell’alpinismo, dalla dura conquista dell’alpe scarponi ai piedi, alle quasi impossibili salite strapiombanti in scarpette leggere, ma è anche riavvicinarsi a un vero stile di vita, oggi forse difficilmente riproponibile, fatto di estati intere passate sulle Dolomiti a scalare, armati di puro, libero divertimento, regolato però da un’etica ferrea. Sorriso e rigore.
Nata a Mestre nel 1960, fin da bambina percorre i sentieri di montagna, per iniziare a mettere le mani sulla roccia in falesia appena quattordicenne, avviandosi così a riempire il suo zaino di vie classiche, nuove aperture, prime ripetizioni, vittorie nelle più prestigiose competizioni.
Risale alla fine degli anni “70 l’incontro con Heinz Mariacher, che diventa suo compagno di corda e di vita.

Gli anni “80 sono il fulcro di quell’epoca in cui l’alpinismo, precedentemente in bianco e nero, acquisisce una miriade di tonalità colorate. Sulle pareti compaiono avventurosi scalatori in salopette rossa e gialla, indossano Superga e frack anche quando superano i passaggi più ostici, vivono mesi interi in quota, stabilendo come campo base una casa cantoniera o l’abitacolo dell’auto, incatenano gradi estremi senza far uso dell’artificiale, rinunciando piuttosto, e lasciano basiti i molti ancora legati all’alpinismo tradizionale.
Due vie che vedono Luisa in cordata sulla sud della Marmolada sono sufficienti per intuire la particolarità di quel periodo: l’apertura di Tempi moderni, con Heinz, e la prima ripetizione di Via attraverso il pesce, con HeinzManolo e Bruno Pederiva.
E’ stata otto volte campionessa nazionale, unica ragazza italiana ad aver mai vinto una prova di Coppa del Mondo e seconda nel circuito generale 1989, solo per citare alcuni dei suoi risultati.
Da pochi anni ha abbandonato le competizioni e, senza aver mai interrotto il duro allenamento quotidiano, appena il sole scalda la roccia torna subito a indossare imbrago e scarpette.

Come mai una giovanissima ragazza, in teoria più vicina al mare, parte da sola verso le Dolomiti per imparare a scalare?
L’influenza della famiglia poco amante del mare e appassionata della montagna e dell’ambiente della parrocchia e dei gruppi scout è stata determinante nelle mie scelte iniziali. Ho cominciato con le vacanze in campeggio in montagna e le camminate in Dolomiti, presto seguite dalle ferrate percorse in gruppo, un sacco di ragazzini e qualche volenteroso accompagnatore. All’inizio degli anni settanta non c’erano tutte le limitazioni di adesso, i capi scout appena maggiorenni e i giovani sacerdoti non si preoccupavano di possibili responsabilità. Nessuno aveva un casco o un cordino, e tutto è sempre andato benissimo, anzi abbiamo avuto la libertà di fare un sacco di cose che oggigiorno sarebbero impossibili. Con don Franco siamo perfino saliti sulla Cima Grande di Lavaredo!

Come sono stati l’avvicinamento e gli anni iniziali del tuo alpinismo?
Dopo l’attività in gruppi organizzati legati alla parrocchia cominciai a frequentare il Cai. Nella sede visitavo assiduamente la biblioteca, i libri di montagna d’allora erano sicuramente più interessanti di quelli scritti dagli alpinisti oggigiorno, prodotti in pochi mesi con l’unico scopo di farsi un po’ di pubblicità.
Anche se sdegnavo il baretto e il buon vino, divenni parte del gruppetto ristretto dei giovani arrampicatori. Eravamo una compagnia abbastanza rilassata, e i più “corteggiati” non erano i più bravi, ma quelli che possedevano la macchina e ovviamente le poche ragazze.
Fortunatamente Mestre non è troppo distante da alcune classiche palestre di roccia, ottime per arrampicare anche nella stagione fredda, come Santa Felicita vicino a Bassano, Rocca Pendice (Padova) e Lumignano (Vicenza). Dove abito adesso devo fare molti più chilometri per andare ad arrampicare d’inverno. Naturalmente la palestra era solo una preparazione per la buona stagione: già in primavera si poteva scalare attorno a Cortina o nelle Pale di San Martino. Grazie alle obbligatorie alzatacce eravamo senza problemi all’attacco di prima mattina. Quelli più sfortunati erano i ragazzi veneziani, che dovevano farsi lunghe camminate con lo zaino (e a volte addirittura con gli sci) per raggiungere la macchina.
Ero troppo giovane per iscrivermi al corso di roccia, ma accompagnavo lo stesso gli amici alle uscite domenicali e salivo le vie senza corda a fianco a loro: erano veramente tempi ”spensierati”, in cui nessuno si preoccupava minimamente della sicurezza. Sicuramente il rischio che ho corso sulla fessura di 4° della Punta Emma, unta come poche, è stato molto maggiore: lì ero proprio da sola, e per passare non ho trovato altra soluzione che mettere due dita nei vecchi chiodi e tirarmi su. Chissà se e quanto tempo avrei messo a raggiungere il fatidico 6° grado.

E allora cosa accadde?
Invece sono stata fortunata, ancora quindicenne ero andata con papà alle Cime di Lavaredo nel tardo autunno, sperando di salire qualche via normale e nel Rifugio ci fu il fatidico incontro con Benvenuto Laritti dei Ragni di Lecco e Giovanni Costa. Mi portarono a fare la Comici alla Punta Frida, e per quella via di 5° potei darmi arie per tutto l’inverno. L’estate successiva trovai di nuovo Laritti alle Tre Cime, e con lui e Costa iniziai una lunga estate dolomitica. Non esistevano i telefonini e i miei genitori non sapevano neanche dove fossi, tanto da telefonare ai vari Rifugi chiedendo se per caso fosse passata di lì una ragazza di sedici anni col maglione rosso. Benvenuto mi fece poi conoscere Almo Giambisi dell’Albergo Col di Lana sul Passo Pordoi, che mi ospitò tutta l’estate, (con grande sollievo dei genitori), dandomi la possibilità di arrampicare con numerosi grandi scalatori.
Sono molto orgogliosa di aver ancora scalato con Claudio Barbier. Con Almo andammo perfino al Monte Bianco, comprai i ramponi da Toni Gobbi (mai più usati da allora) e feci il mio primo bivacco sulla discesa della Sud della Noire. Ricordo che invece di stringermi agli altri per tenermi più calda, restai alla prudente distanza che avrebbe fatto piacere a mia mamma, attrezzata solo con la giacca di piumino azzurro Moncler che, ritrovata da poco in una soffitta, ho ricominciato ad usare.
Cominciai a contare le ripetizioni delle vie del libro delle Cento Scalate Estreme (il che dice qualcosa solo a quelli della mia generazione) e a fine stagione ebbi il piacere di riempire con le mie salite almeno tre pagine del libro delle ascensioni del CAI. Anche durante l’estate successiva del 1977 feci base al Pordoi e Giancarlo Milan di Rovigo mi fece fare il salto di qualità dai sesti gradi classici alle prime o seconde ripetizioni di salite come la Via dei Fachiri alla Scotoni, la Bellenzier alla Torre d’Alleghe, o la Ronchi alla Cima d’Auta.

Ancora quindicenne ero andata con papà alle Cime di Lavaredo.
Nel Rifugio ci fu il fatidico incontro con Benvenuto Laritti dei Ragni di Lecco e Giovanni Costa.
Luisa e Heinz in viaggio nel Sahara con Almo Giambisi e Pierluigi Bini (1979, ph. A. Giambisi); Luisa sulla mitica “Surveiller et punir” nel Verdon, via con difficoltà di 7a (1983, ph H. Mariacher); Luisa sul bel calcare della Marmolada dopo un tentativo a una via nuova (1980, ph. H. Mariacher)

Poi l’incontro con Heinz, l’intera estate passata in quota, la casa cantoniera e un modo di vivere la montagna che era un vero stile di vita. Puoi tratteggiarmi quel periodo?
Ho incontrato Heinz all”inizio della primavera 1978 nella Casa Cantoniera sotto il Passo Sella, dove eravamo accampati per il fine settimana. Lui era già ben conosciuto tra gli arrampicatori, per le solitarie estreme alle Tre Cime di Lavaredo, alla Scotoni e sulla Marmolada. Abbiamo salito qualche via sul Ciavazes, e dopo due settimane mi ha telefonato per andare a fare la Cassin sulla Torrre Trieste. Una via nel sole seguita da una discesa eterna nei camini pieni di ghiaccio e un bivacco molto freddo hanno così sigillato la nostra cordata nella buona e nella cattiva sorte.
E’ seguito un periodo che non era niente di particolare, era la vita che facevano (e fanno) d’estate arrampicatori con molta voglia di scalare, tanto tempo a disposizione e pochi soldi. Almeno allora era abbastanza normale dormire in macchina ed era meno “malvisto” di oggigiorno. Si cercava di non restare troppo a lungo nello stesso posto, così si scoprivano gruppi montuosi diversi. Le giornate di riposo erano solo decise dal brutto tempo, e ridotte al minimo indispensabile, perché abbastanza noiose, non esistendo tablets ed ebooks.
Heinz aveva una bella collezione di libri di Castaneda, ma per me leggerli in tedesco diventava presto pesante. Io non sono mai stata amante delle teorie filosofiche di qualunque tipo. Almeno le letture mi furono utili per il tedesco che portai all’esame di maturità.
Non c’erano molti alpinisti che condividevano la nostra vita, o piuttosto preferivamo restare per conto nostro, (come tutte le coppie appena formate che si allontanano sempre più dalle compagnie di amici). Così avevamo totale libertà di spostamenti e di scelta delle pareti, e non dovevamo prendere appuntamenti con i vecchi compagni austriaci di Heinz: allora certe cose, senza i telefonini, erano veramente difficoltose.
Non mi piaceva molto quando eravamo “costretti” a fare cordata da tre (e questo mi è rimasto perfino nell’arrampicata in falesia), perché gli svantaggi superavano i vantaggi. Allora non era necessario togliersi le scarpette alle soste, si usavano scarpe un po’ più comode, abbiamo delle mie foto in discesa sul ghiacciaio della Marmolada con le EB ai piedi. A volte usavo anche le scarpette di Heinz per scendere, così avevamo dietro solo le sue scarpe da ginnastica: mi resta un mistero con che scarpe salivo io all’attacco. Sulla Philipp-Flamm al Civetta invece avevo usato solo le scarpe da ginnastica, le Tepa Sport erano equivalenti alle Superga ma con migliore aderenza sul bagnato. Avevamo dormito sotto il Sasso della Croce, e quindi avevamo raggiunto l’attacco solo al pomeriggio. Quella volta eravamo con Luggi Rieser (diventato poi Darshano), l’uomo del frack, che nascondeva il casco sotto il cappello a cilindro, un fatto che Heinz aveva sempre preso in giro. Luggi era un fanatico dell’alimentazione macrobiotica, e in discesa era totalmente esausto, mentre noi, che ci eravamo riempiti di panini bianchi con la Nutella, eravamo ancora pieni di energia e dovevamo trascinarlo in discesa.

Il vostro alpinismo, pur ai massimi livelli, era giocoso, indossava come hai appena detto frack, tute colorate e scarpe Superga. Com’era avere ancora la possibilità di aprire vie nuove?
Qui dovrebbe rispondere Heinz, a me bastava arrampicare il più possibile. Ricordo un tour de force in Civetta, dopo l’Aste e la Andrich, invece di prendere il sole sui prati ho convinto Heinz ad andare sulla fessura Pollazzon alla Torre di Valgrande, e poi ci siamo spostati in Bosconero per due vie sulla Nord della Rocchetta. Cinque vie in cinque giorni, chissà che male ai piedi…
Quindi per me non faceva differenza, che fossero vie nuove o ripetizioni. Anzi, durante le ripetizioni ci si muoveva velocemente, non si perdeva tempo per individuare l’itinerario e attrezzare le soste, e si arrivava sicuramente in cima. Sulle vie nuove c’era invece il pericolo di non riuscire a passare, perché l’alpinismo di Heinz era governato da un’etica rigorosa, che arrivava ad imporre anche rinunce piuttosto di forzare un passaggio in artificiale, e si rischiava di dover scendere di nuovo all’attacco, sprecando magari una bellissima giornata di sole. Heinz ha delle idee molto chiare sull’etica in montagna, in tutte le cose gli piace chiedersi il perché e il come.

Hai mai avuto paura durante una scalata o temuto per qualcuno? Oggi, sia per l”aumento dei frequentatori della montagna, che per la rapida e massiccia diffusione di notizie dai media, sembra che gli incidenti in parete siano oltremodo numerosi, cosa ne pensi?
In teoria, facendo sicura ad Heinz durante l’apertura di vie nuove, avrei avuto un sacco di motivi di aver paura per lui e per me, visto che le protezioni erano sempre scarsissime e anche le soste erano quasi un “pro-forma”, ma consideravo la possibilità di un volo assolutamente inesistente.
Anche pensando ai pericoli oggettivi non ho mai avuto paura, quando durante qualche violento temporale il rischio dei fulmini era più che reale. Mi dava molto più fastidio la grandine sugli appigli, esser bagnati fradici, il freddo, ma non avevo mai dubbi che Heinz avrebbe portato la cordata in salvo.
Oggigiorno gli arrampicatori che arrivano alle scalate in montagna passando per l’arrampicata sportiva rischiano ovviamente di più, perché non si rendono conto che certi comportamenti normali in falesia (come volare) sono assolutamente proibiti sulle vie classiche protette da chiodi normali più o meno distanti. Una volta quasi nessuno (a parte appunto Heinz) si sarebbe avventurato in un passaggio “senza ritorno” consapevolmente. Adesso invece è già capitato che un primo di cordata, spintosi troppo oltre l’ultimo chiodo e incapace di ridiscendere, “incrodato”, sia riuscito a tenersi attaccato alla roccia fino all’arrivo dei soccorsi chiamati col cellulare dal compagno. Vorrei avere io una resistenza del genere!

Heinz ha delle idee molto chiare sull’etica in montagna,
in tutte le cose gli piace chiedersi il perché e il come.
Luisa nelle Red Rocks, Nevada (1991, ph. H. Mariacher)

Quando e perché è avvenuto il tuo passaggio alle gare?
Ho partecipato la prima volta a Bardonecchia perché non volevo rifiutare a priori qualcosa di assolutamente nuovo e non ho molto riflettuto su motivi più o meno etici. Dalle nostre parti non c’erano molte ragazze che scalavano e sotto i passaggi difficili usavo spesso scuse come “non arrivare all’appiglio”, o “avere meno forza”. La competizione ufficiale era una grande opportunità di confrontarsi direttamente, uno stimolo ulteriore a migliorarsi e un ampliamento degli orizzonti in tutti i sensi. Un ambiente internazionale, nuove amicizie, viaggi magari un po’ stressanti, ma sempre interessanti.
Grazie alla mia costanza nell’allenamento ero sempre in una forma accettabile. Sarebbe stato meglio pianificare tutto esattamente in vista degli appuntamenti più importanti, ma ho sempre preferito poter arrampicare discretamente tutto l’anno, senza fare periodi di scarico. E questo mi è rimasto fino ad oggi.
Sicuramente ho continuato a fare gare per troppi anni, ma il lavoro di Heinz limitava l’attività in falesia, e almeno le gare erano una cosa sicura e una motivazione continua. Non mi é mai piaciuto dover telefonare in giro in cerca di compagni (a parte il fattore “pericolo” di arrampicare con qualcuno che non si conosce bene), piuttosto mi alleno a casa.
Adesso Heinz ha più tempo per la falesia e le gare (a parte l’età avanzata che renderebbe ridicola la partecipazione in un campo di ragazzine) non mi mancano affatto. I giorni di riposo obbligatori prima di una competizione erano forse la cosa più difficile da sopportare, mentre per divertirsi in falesia non ci sono limitazioni.

Siete l’esempio per quanti ambiscono a un certo modo di scalare e vivere la montagna. Eppure va sempre più diffondendosi la cultura dell’arrampicata mordi e fuggi, dello “scalo adesso con qualsiasi condizione meteo, perché tra tre ore devo essere da tutt’altra parte, ma devo assolutamente postare la mia foto in sosta su Facebook”. A volte c’è la fila all’attacco delle vie più note e di facile accesso. Fare l’alpinista, come lo scialpinista, per alcuni è diventato una moda…
Anche noi a volte ci sentiamo “obbligati” ad andare a scalare, perché è l’ultimo giorno prima di impegni di lavoro o di perturbazioni in arrivo, ma è una strategia che non paga. Se le condizioni personali o dell’ambiente non sono ottimali alla fine non ci si diverte (e magari si rischia), allora è meglio starsene a casa.
Per quanto riguarda la sempre maggiore diffusione della nostra attività, penso che non sarebbe troppo difficile trovare vie ugualmente belle e meno frequentate di quelle più alla moda. Credo però che gli arrampicatori di oggi non si sentano affatto disturbati dalla compagnia, l’arrampicata è diventata un’attività “sociale”. Basta vedere quanti post si trovano su Facebook, riguardo programmi e destinazioni. Per fortuna il sovraffollamento ai nostri tempi non esisteva, perché non avremmo mai voluto rinunciare alla solitudine in montagna. Perfino adesso facciamo il possibile per arrampicare in falesie poco frequentate, cercando di evitare il fine settimana. Per me è un po’ una “fregatura”, perché nelle falesie più alla moda troverei magari vie più strapiombanti e più congeniali alla mia condizione fisica. Così sono costretta a lavorare sulle mie debolezze.

Hai alle spalle un curriculum ricchissimo di esperienze, quali sono i tuoi progetti futuri e cosa assolutamente devi ancora fare?
Siamo tra i pochi che hanno iniziato a scalare con gli scarponi pesanti e hanno vissuto in prima persona l’evoluzione dell’alpinismo, la nascita dell’arrampicata sportiva e delle competizioni. Sicuramente nel mio futuro non vedo alte quote, perché patisco troppo il freddo. Ho provato altre forme di attività in montagna, ma finora l’arrampicata difficile su roccia è rimasta quella che mi soddisfa di più. E quando non arrampico in falesia preferisco salire una bella cima in scarpe da ginnastica e zainetto con l’attrezzatura fotografica piuttosto che fare una via classica con la corda. Così abbiamo più tempo di godere l’ambiente, senza pensieri. E questo si può continuare a fare ancora per molto tempo.

Quali insegnamenti ti ha dato e ti dà la vita in quota?
Ho già detto che non amo filosofeggiare, preferisco l’azione e l’attività fisica. Sembra che già in passato io abbia detto a qualcuno che voleva qualche articolo che “noi non abbiamo tempo di scrivere, dobbiamo arrampicare!”

Qual è la prima immagine che ti viene in mente legata alla montagna?
La prima immagine che mi viene legata alla montagna: quando partivamo la mattina prestissimo da Mestre con il treno per Bassano, e poi a piedi ancora immersi nella nebbia salivamo verso le pendici del Monte Grappa, e la nebbia finalmente si diradava e compariva il cielo azzurro e la montagna…

Hai un aneddoto a te particolarmente caro?
Mi è rimasto ben vivo il ricordo di una giornata sulla Via dei Fachiri alla Cima Scotoni, con Heinz. Forse perché sapeva che io avevo già percorso la via, ha fatto tutto il lungo traverso senza mettere protezioni, sparendo poi dalla mia vista. Quando la corda è finita velocemente e si è messa in tensione io ho tolto i dadi della magra sosta e sono partita. Era la procedura normale, capitava spesso di dover fare qualche metro in conserva per permettere al primo di raggiungere una sosta migliore. Visto però che la corda non veniva recuperata a dovere mi sono fermata e dopo un po’ Heinz è spuntato risalendo dal basso tutto sanguinante, con le mani graffiate. Gli era rimasto in mano un appiglio, e dopo qualche metro nell’aria aveva ancora cercato senza successo di aggrapparsi alla roccia. Per fortuna la corda si era incastrata dietro un minuscolo spuntoncino e io non mi ero accorta del volo di quaranta metri.
Quella era una via che si difendeva bene, quando l’avevo fatta la prima volta con Giancarlo Milan avevamo perso un sacco di tempo già prima di partire, perché era uscito con una ruota del furgone dallo stretto ponticello sul torrente. Già che siamo in vena di aneddoti sulla Scotoni: Darshano aveva “guadato” con la macchina lo stesso torrente, per evitare il ponticello, ma il motore era morto annegato.

E” indubbio che ogni singola donna alpinista si debba confrontare con una molteplicità di uomini alpinisti. Alla fine, secondo te, se esistono differenze, quali sono?
La risposta è anche troppo banale: sulle pareti vicino al mare abbiamo tutti le stesse potenzialità! Più si sale di quota e aumentano i carichi da portare sulle spalle, e più si vedranno le differenze!

Non amo filosofeggiare, preferisco l’azione e l’attività fisica.
A sx Luisa sulla via Blow in Valle di San Nicolò mentre sfrutta microscopici appigli (2009, ph. H. Mariacher); a dx sul Sasso Fra Martino nella Valle di San Nicolò (ph. H. Mariacher)

Sono molti gli spunti di riflessione inseriti tra le righe di Luisa.
Oggi internet dà l’illusione di avere il mondo a portata di connessione, di poter conoscere prima e subito anche le pareti e le montagne, senza aver bisogno di metterci mani e piedi sopra.
Per molti si è persa la libertà di sperimentare gradualmente, di conoscere di persona, di dedicare giorni interi alla scoperta, fin da bambini e senza troppe restrizioni. L’etica personale, quella che impone anche la rinuncia, è spesso annebbiata da tempi ristretti e bisogno di apparire, magari solo in una fotografia su Facebook. I ricordi di Luisa ci trasportano in un periodo molto recente, eppure quasi fiabesco. Esiste ancora un alpinismo che è stile di vita?
______
(*) http://old.altitudini.it/lalpinismo-di-luisa-iovane-ieri-e-oggi-2

Chi considera l’alpinismo come stile di vita non ci tiene a comparire su Facebook o Twitter.
Michela Canova

Michela Canova

Classe 71, bellunese, fin da piccina, complice il nonno Antero, scorrazza per i sentieri delle Dolomiti, imparando nomi di fiori e piante. A undici anni, con la famiglia si trasferisce in Toscana, a Lucca, e, conclusi gli studi classici, si laurea a Firenze in scienze forestali con una tesi sulla lotta agli incendi boschivi. Tornata a Belluno, inizia a collaborare come giornalista pubblicista con il Corriere delle Alpi, per 6 anni, e successivamente, per 4 anni, con il Corriere del Veneto, occupandosi per entrambe le testate di cronaca e montagna. Dal 2005 è addetta stampa del Soccorso Alpino e Speleologico Veneto. Freelance, è consigliere dell'Ordine dei giornalisti del Veneto dal 2010.


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